venerdì 4 ottobre 2013
A Parigi non si ama come a Madrid.
Parlare di sé stesso sempre è divertente.
Oggi tutti hanno uno blog nel quale raccontano la propria vita: anche i conducenti dei carri funebri. Quindi, prima di raccontare questa storia degli amanti, voglio parlarvi un po' di me, anche se quello che racconto della mia vita non è molto interessante, ma ancora meno interesse potrebbe suscitare la vita di Goffredo il Villoso, e ormai è ben conosciuta nelle cinque regioni del mondo.
Parlare di sé stessi è pericoloso, certo, ma altrettanto piacevole. Si può rischiare di cadere nella più stupida vanità e c'è il rischio di naufragare sugli scogli della finta modestia, perciò eviterò i due rischi forzandomi a un'estrema sincerità.
Comincio dunque così:
LUOGO E DATA DI NASCITA: Madrid. 05/11/1979
STATURA: un metro e settantacinque centimetri, o, se si vuole, millesettecentocinquanta millimetri.
OCCHI: due.
DENTI: bianchi e simili.
NASO: aquilino imperiale.
LABBRA: sottilmente carnose.
OMBRELLI: tre.
CARATTERE: apatico, linfatico, flemmatico, atipico, socratico e attico.
IDEE PERSONALI: due o tre. Forse quattro, insomma, al massimo cinque.
POLITICA; RELIGIONE; FILOSOFIA; ARTE: il normale, il normale, il normale, il normale.
AFFETTI: tre amori fugaci nelle 2005. Un amore finito dopo due anni nel 2008. Un amore intermittente per il ricordo della mamma. Amore per un cane chiamato Gentile che è morto schiacciato da un camion. Amore per il fumo.
La vita è piena di sorprese e di protozoi del paludismo.
Ero a Parigi. Avevo trovato Parigi come sempre trovano Parigi gli individui che, non abitando a Parigi, visitano Parigi ogni tanto, nei periodi in cui dovrebbe vederse Parigi per essere allora quando Parigi è più Parigi.
Un giorno passeggiando per Pigalle ho scovato della gente, soprattutto ragazze, che vendevano le loro cose usate per strada. Uno dei venditori mi ha fissato per un po', poi, sorridendo è venuto ad abbracciami con forza e ha esclamato:
- Paco!
A quello che io ho risposto con la stessa guturalità:
- Joaquín!
Noi abbiamo scoperto di essere stati compagni alla scuola media e i lettori hanno scoperto come si chiamano i personaggi.
- Questa professione di venditore ambulante è molto bella.
- Visto da un aereo credo che le bancarelle siano belle. Ma non ho mai avuto occasione di contemplarle dall'alto.
- E cosa vendi?
- Per adesso dei Sucapiù.
- E a cosa serve questo?
- È un tubo dotato di una campana che suona tre secondi prima di spegnere la sigaretta, serve per avvisare il fumatore che è indispensabile succhiare rapidamente.
Cinque ore dopo Joaquin terminò il suo discorso.
In quello spazio di tempo avevamo anche cenato e durante la cena il mio amico delle medie mi aveva spiegato che a Parigi aveva esercitato i seguenti lavori: elettricista; assistente di camera; Cowboy; pittore di porte; campione di biliardo; ballerino; appassionato di una ragazza mora; orologiaio; accordatore di piano forte; appassionato di una ragazza bionda; cronometrista in un negozio di panini contraffatti; dattilografo; equilibrista; appassionato di una ragazza bruna, di sua sorella, di sua zia e insegnante d'arte dei loro tre bambini.
Quando ha finito di parlare avevo mal di testa, non feci nessuna osservazione, ma Joaquin mi disse:
- Ora dimmi perché sei venuto a Parigi. Ti ha lasciato una donna, giusto?
Io smaniavo per parlare, ricco di quella voglia di confidarsi che hanno solo gli innamorati o i parrucchieri, e intanto notavo che il mal di testa cominciava a svanire.
- No, no, nessuna donna mi ha lasciato.
- Quindi ti ha tradito con un altro? Ti sei annoiato perché ti amava troppo? Hai scoperto all'improviso che le piacciono le chiocciole?
- Quello che mi succede è terribile!
- Aspetta un po'. Vaffanculo! -Urlò furiosamente Joaquin.
- Perché mi insulti?
- Dicevo a quel coglione. Quello che è passato troppo veloce con la macchina sportiva.
La macchina sì fermò a un semaforo.
- Vedrai che ci mette poco a rispondermi: "Vaffanculo a te" -Aggiunse Joaquin.
Pochi secondi dopo, ci venne incontro una voce lontana:
- Vaffanculo a te!
- Lo vedi? -Mormorò tristemente Joaquin.- E' schiacciante la mancanza di originalità delle persone.
- È che se tutti fossero originali non sarebbe originale nessuno.
- Bravissimo! Stai fermo un attimo.
- Che stai facendo?
- Scrivo la tua frase -Rispose Joaquin tirando fuori un quaderno- Di solito mi appunto tutto ciò che può essere interessante per poi ripeterlo.
- I pappagalli ripetono senza appuntarsi nulla.
- Cosa hai detto? "Se tutti fossero originali..."
- ...originali non sarebbe originale nessuno -E si può aggiungere- Sarebbe originale solo chi non è originale.
Joaquin fischiò ammirato e scrisse velocemente le due frasi.
Poi aggiunsi:
- "Come si ipotizza che se tutti fossimo originali nessun cesserebbe di esserlo."
Lui scriveva esaltato. Una volta terminato, disse:
- Scusa, cosa stavi dicendo a proposito di quella puttana?
In quel momento lo avrei schiaffeggiato volentieri, come hanno sempre fatto con i traditori le eroine di Georges Ohnet, ma mi trattene un ricordo lontano:
Joaquin era stato un mio compagno di scuola ed è noto che ogni uomo si sente debole con una persona che gli ricorda l'infanzia.
Il polso, la respirazione e la temperatura sono le basi su cui si fonda la vita umana.
La Statua della Libertà che si vede dal porto di New York è costruita in bronzo ed è stata disegnata da Bartholdi.
Ricordi infantile.
Adesso torniamo indietro ai tempi della scuola media.
Tornare indietro è una cosa molto comune nelle storie romanzate e nelle macchine che hanno la retromarcia.
Nella primavera del 1991 avevo appena quindici anni. La mia voce era sempre rauca e quando ero solo pensavo a una ragazza che abitava di fronte a casa mia. Il suo nome era Elena ed era come tutte le altre ragazze di dodici anni che ci sono nel mondo, una pisquanella che passava la giornata a guardarsi allo specchio pregando che le crescessero presto le tette. Ma io, zuppo dell' idealismo che l'adolescenza pone nei ragazzi, la immaginavo tra nuvole, sembrava un angelo di Murillo.
Joaquin scoprì il mio segreto guardando un suo ritratto tra le pagine del mio libro di Francese.
- È la tua ragazza?
- Sì, dissi, non sapendo a quali conseguenze avrebbe portato la mia affermazione.
- Che le dici quando le parli?
Improvvisamente avvertii la necessità di aprire la finestra della mia anima.
- Non le ho mai parlato. La guardo dalla mia stanza quando lei non mi vede...
E baciai il ritratto, accovacciato sotto al banco per non farmi scoprire dal professore.
Joaquin, che viveva in periferia, aveva quella esperienza che dona soltanto viaggiare coi mezzi pubblici tutti giorni e rideva come una iena.
- Uff!... non ci credo, ma quanto è scemo questo!...
Queste dolce ricordo infantile mi ha spinto a volergli bene. Così gli ho confidato la mia storia.
- Non ho mai creduto al "colpo di fulmine" detto anche "coup de foudre" ed "Emoclasia". Non ho mai creduto all'esistenza di quegli amori che nascono all'improvviso, nell'instante in cui ci chiudiamo il cappotto o nel momento in cui il poliziotto si succhia il dito per strappare agevolmente una multa. Ho sempre pensato che l'amore è il risultato di una conoscenza, di un processo: come la seta, e il suo crescere lento è come lo svilupparsi delle ulcere gastriche. Non credi?
Lui rispose di sì con la testa mentre armeggiava col sucapiù tra le mani.
- La mia vita (tu non la conosci, ti succede anche con la civiltà) è stata una vita volgare.
Ciò che i latinisti maccheronici chiamano: "Vita vulgaris senza accit nos non dignus mencionis"
Amai Charlotte dieci mesi, incluso febbraio che ha 28 giorni. La prima volta l'ho incontrata al Paseo del Prado a Madrid. Francesca era seduta su una panchina a leggere un libro, si prendeva cura di un bambino di cinque anni. Mentre lei faceva la guardia al minore, il bambino mangiava la terra utilizzando come cucchiaio una paletta giocattolo. Lei, a differenza dell'infante, aveva un viso puro e angelico, per questo ho deciso di affrontarla e ho parlato così:
- Sei stupenda.
Lei rispose con qualche parola in francese che non capii e adesso non ricordo.
- Mi piaci di fronte, di schiena, di busto, di corpo intero, di profilo, di lato, in piedi e in ginocchio.
Francesca mi rispose in inglese.
Mi misi seduto al suo fianco e aggiunsi:
- Saresti in grado di amarmi?
Mi ha risposto in italiano.
A quel punto l'ho scossa per la vita, aggiungendo:
- Dimmi che mi ami.
Mi ha risposto in russo.
E poi ha risposto in svedese, portoghese, giapponese, ebraico e greco, mi ha preso per il braccio ed è venuta a casa mia sbottonandosi già la giacca per strada. Entrando nel portone si tolse il cappello, prima di finire in ascensore si tolse il vestito mentre al secondo piano fece a meno del reggiseno. Quando le chiesi la causa di tutta questa fretta lei rispose laconicamente:
- Il tempo e 'oro!
Grazie alla velocità di Francesca il nostro primo incontro amoroso è durato quanto lo scrivere un sms.
Lei pensava di essere una femme fatale e tinteggiava di mistero tutti i nostri incontri. Io ero molto preso da lei.
Ma un giorno se ne andò all'improvviso, lasciandomi in compagnia con l'infelicità e del whisky. Eravamo stati insieme solo per due settimane, ma mi mancava così tanto che la cercai in tutto il mondo
- Tu sei un uomo di quelli che vivono intensamente.
- E cosa fanno gli uomini che vivono intensamente?
- Si tagliano il viso quando si fanno la barba.
- Hai mai provato a catturare una farfalla?
- Se non hai mai provato, prova. Quando pensi di averla imprigionata, fugge, e quando pensi che si poserà, prende il volo, quando ce l'hai in mano, scappa via. E tutto questo tra brillii di ali, riflessi di luci, incoerenza e versatilità.
Alla fine sarai stanco, stordito, sudato.
E la farfalla andrà a nascondere il suo pungiglione in un fiore senza colori.
E capirai che hai sprecato il tuo tempo. E la delusione ti avvolgerà nella sua rete.
Cercare una bella donna è come cercare di catturare una farfalla. (Quanto lirismo, eh?)
Alla fine l'ho incontrata per caso a Parigi, come ho incontrato te.
Quando, dopo diversi mesi, entrambi ci capivamo alla perfezione, l'ho trovata volgare come tutte le altre donne e l'ho lasciata sul tram nº2.
A me lei aveva spezzato il cuore, però ho saputo che il ragazzino di cui si prendeva cura Charlotte e che mangiava terra il giorno in cui ci siamo incontrati era morto di noia poco meno di sei mesi prima. Si chiamava Oleogostino Perez, quindi ha fatto bene a morirsi.
Conclusioni.
Cose che ho imparato in questi mesi:
Donne: nervi, passioni confuse, ambizioni sciocche, vestiti, scarpe, sensualità ed orgoglio.
Uomini: fatuità, presunzione, brutalità e lussuria.
Miserabili entrambi allo stesso modo.
La vita offre all'uomo due problemi terribili: quello economico e quello sessuale, che si relazionano strettamente l'uno all'altro.
Se la vita offre queste due problemi terribili bisognerà pur risolverli. Come? In questa semplice domanda risiedono la felicità e l'infelicità.
Penso che se c'è poco amore è perché l'amore ci spaventa, e se ci sono pochi soldi è perché non si guadagna quasi nulla.
E'assurdo perdere tempo a costruire fabbriche, ferrovie e autostrade o fare promozione al turismo. Per decidere che la Italia, per esempio, abbia più soldi, basta stampare 20 milioni di euro tutti giorni nella Zecca di stato e distribuirli ogni pomeriggio, dalle cinque alle sei, a tutti gli italiani.
Così, anche se moltiplico a spanne, e moltiplico orribilmente, nel giro di dieci anni sarebbero 73.000 milioni di euro, e chi metterebbe in dubbio che l'Italia sarebbe il Paese più ricco del mondo?
Si potrebbe anche decidere che le persone che non sanno parlare correttamente non possano avere diritto al riparto, e così in pochi mesi il paese si libererà anche dai tamarri.
Perché non si fa? Perché solo la fabbrica dove si produce la moneta è, tra tutte quelle del paese, quella che non aumenta la loro produzione? Poche ore di lavoro straordinario e saremmo tutti salvi. Perché non ricorrere ad una soluzione così semplice ed efficace come quella che ho fornito? Non l'ho mai capito, né probabilmente lo capirò.
Ma finiamo la questione fondamentale del denaro, che, dopo tutto, è ripugnante, e discutiamo del tema fondamentale dell'amore, che non è ripugnante
affatto.
Marco Aurelio l'ha chiamato "un piccolo brivido"? Beato lui! Ridurre l'amore a un brivido, al movimento che facciamo, per esempio, quando guardiamo le notizie in tv, deve essere una grande felicità. Per quanto mi riguarda, l'amore non è mai stato un piccolo brivido, ma una catastrofe paragonabile solo al relitto dal Titanic o alla caduta sul pavimento di un armadio Ikea.
- Tu cosa dici, Joaquin?
- Che tu prendi l'amore troppo sul serio.
- Perché è serio.
- Bah! -Esclamò lui- Nel mondo non c'è nulla di troppo serio. Il tempo è fuoco e divora tutto. Fa freddo. Entriamo in quel bar.
FINE
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